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2月27日

Prima che venga sera


 
*mi ha presa e mi ha messa a sedere su un grande masso*

*io ho raccolto le gambe al petto e l'ho guardato*

mi ha spiegato che del prossimo non ci si può fidare
che la gente è strana e per questo si fa del male
mi ha parlato dell'incomunicabilità che sta alla base di Tutto
e della forza che spinge le persone a cercarsi

mi ha detto che un giorno anche io
mi sarei messa a cercare qualcuno
e che l'esito sarebbe stato incerto
allora non sapevo ancora che cosa volesse dire "esito"
 ma immaginai che fosse una cosa cattiva

Mi sono grattata via una crosta dal ginocchio sinistro e me la sono mangiata
perchè era una parte di me e mi scocciava buttarla via
Lui non mi vide, o fece finta di non vedere, poi guardò altrove
e quando mi guardò di nuovo la sua faccia era diversa

Ha ripreso dicendo che un giorno avrei capito troppe cose
tutte insieme, com'era stato per lui

Mi ha detto anche che mi avrebbero spezzato il cuore
ma io pensai che nessuno mai ci sarebbe riuscito
ma io giurai che nessuno mai ci sarebbe riuscito
anche perchè i ragazzi sono tutti maleducati
e non ne avrei mai voluto uno sempre appresso

Mi ha presa e mi ha fatto scendere dal masso
mi ha detto di tornare a giocare
"prima che venga sera"



2月24日

Abbiamo solo la notte per essere nudi (cit.)


Ho paura, torno indietro.
Non ce la faccio più ad avanzare senza che l'altro mi prenda per mano.
La storia si ripete, o forse no: le differenze sono troppe, e troppo pregevoli.

deja vu mi rendono inquieta: sono come piccoli presagi di sofferenza: ti dicono "Tu sei già stato qui. Cosa è cambiato? Che cosa ti manca adesso? Che cosa farai ora? Riconosci questa sensazione?",
e poi l'odiosa domanda:
"Sei felice?"
I deja vu sono piccoli dolori parlanti, nascosti nelle cose, nascosti dentro di noi. Giuro che li detesto.

Forse non torno indietro: forse ne vale la pena.
Accuso il colpo, mi sento confusa: appena fa male mi ritraggo, ma poi mi dico che la paura non mi avrà mai, e vado avanti.
Così adesso: ogni fibra del mio essere mi grida "pericolo", ma io me ne frego.
Mi amo per questo: l'intestino borbotta che dovrei stare alla larga da certi inghippi, che non fanno per me; le mie mani si raffreddano e scricchiolano che non ce la faranno a mantenere la presa ancora a lungo; la paura mi si annida orizzontalmente tra due costole, e vagisce dall'interno che non sono all'altezza... ma io fingo di non sentire. Perchè la paura non deve avermi, perchè il dolore fa parte di questa vita, perchè a volte bisogna pur scommettere, e a me non fa paura nessuno. Chiaramente si tratta solo di un mantra, ma è bello ripetere a se stessi che non si ha paura di niente.
E io non ho paura di niente. A me non fa paura nessuno.

L'importante è mantenere un certo grado di lucidità; se possibile, un certo distacco.
Ma io non l'ho mai imparato.
Va bene, me ne frego!, è stata una mia scelta non impararlo: vado avanti.

Credevo di avere il corpo ricoperto di scritte, pensavo di avere una storia impressa sulla mia figura.
Ma se mi tolgo tutti i vestiti, mi vedrai attraverso, sarò trasparente.
Nessuno mi vede?
Nessuno mi vede?!
Che faccio?
Grido "aiuto"?
Tu non mi vedi?
Non leggi nulla?
Aiuto!
Qualcuno mi aiuti...!
Qualcuno mi aiuti, ve ne prego...


Vado avanti, per ora.
I deja vu fanno male, le mani hanno freddo, lo stomaco si lamenta,  e  la paura vagisce ancora, la stronza, tra le mie costole.
Il corpo si ritrova nudo, ma sembra non abbia nulla da raccontare. Sembra scollegato da me, cosa a parte, buono omaggio, appendice. La pelle è pulita, nessuna scritta, nessun messaggio.
Sei sicuro di non aver letto nulla su di me?
Allora mi riservo il diritto di fare marcia indietro, di ripensarci.
Eppure credevo di avere scritto qualcosa, qua, su me stessa.
Eppure, quando mi guardavi, credevo che tu leggessi.

La trasparenza come effetto collaterale della nudità, della messa a nudo: a forza di togliere gli indumenti, ci si spoglia di se stessi: ecco che cosa accade.
Ed essere trasparenti diventa un peccato: per chi lo è, e per chi guarda.

Si può godere della propria nudità, senza vivere l'orrore della trasparenza.
Amami, amami, amami adesso

Cerchiamo ancora contatto, presto!: mi tolgo i vestiti.
Ora mi leggi!, ho il corpo pieno di scritte!, il tempo per leggermi è così poco..! 
e noi...
abbiamo solo la notte
per essere nudi

Sono esausta: questo sforzo immaginativo mi ha stremata, ma le mani sono meno fredde, e la paura intercostale se ne sta cheta: occhieggia in silenzio, la puttana, senza più vagiti.
A volte bisogna lasciarsi andare, per ritrovare un pò di autocontrollo.

Il prossimo post sarà più sensato e meno violento, lo prometto: non voglio spaventare nessuno :P

2月21日

Le parole che non ti ho detto (altro noiosissimo sfogo verso ignoti)


Non ho parole di fuoco per te: non mi fai nemmeno più rabbia, l'orgoglio non duole più, e l'unica cosa che mi rimane è questo imbarazzo latente verso me stessa.
Davvero non saprei dire se abbiamo sprecato un'occasione o evitato un disastro, ma ormai è tardi anche per lamentarsi, quindi rallegriamoci di questa nostra scelta.
Mi sono sentita presa in giro, e ti ho giudicato falso e superficiale.
Poi mi sono accollata la mia dose di responsabilità, e ho tirato dritto.
Per certo il tuo comportamento è stato viscido, ma immagino (o preferisco credere) che fosse il continuo alternarsi di ragioni discordanti a guidare il tuo imprevedibile andirivieni; con questa speranza allontano la visione sgradevole di una persona talmente superficiale da trastullarsi con l'interesse altrui solo per il trofismo del suo ego.
Non serberò un buon ricordo di questa esperienza, un pò perchè non l'ho capita, un pò perchè non l'ho vissuta, soprattutto perchè l'incomprensione ha trasformato in squallore tutto quello che di entusiasmante poteva esserci, e il rammarico per questo spreco è commisto a un sollievo disagiante.
Non cerco dei chiarimenti, perchè alle inutili delusioni preferisco i numerosi benefici del dubbio (senz'altro più indulgenti nella loro ipocrisia), perciò, se mai, fingiamo di nulla, e facciamolo serenamente.
Una stretta di mano, perchè "un bacio" suonerebbe come un presa per il culo, non per altro.

A Miranda:
So che alle bestie come te riesce facile leccarsi arti posteriori & pudenda, ma questo non rientra tra le pratiche degli esseri umani: rassegnati quindi al fatto che non tutti riescano a leccarsi i propri piedi.
Ricordo con raccapriccio che un mio ex-fidanzatino si mangiava sempre le unghie. Dei piedi, per l'appunto.
Se non fossi così gelosa di te, Miranda mia, potrei combinarvi un incontro.
Mmm...
Ti hanno mai detto che hai il culo più grosso di Giorgia Valente?
Per liposuggerti il popò sarebbe necessario tutto il personale di un policlinico, ma potresti almeno utilizzare un paio di calzamaglie contenitive, giusto per avere una sagoma più compatta.
Quando leggerai scrivimi un sms, che ho voglia di litigare. :*

P.s: qualcuno mi ha tacciato di cattiveria leggendo le cose che ho scritto a Miranda, ma diamine: sto scherzando! Non mi abbasserei mai a delle argomentazioni così schifose per ferire qualcuno, e Miranda lo sa benissimo. Hip Hip Urrà per il sederone di Miranda, che più che "a mandolino" è "a contrabbasso", ma io lo amo lo stesso, yeah!

2月8日

Malauguratamente il tiggì






Un servizio sulla nuova performance dell'on.Sgarbi,
uno sulle generose forme dell'ultima squinzia del Grande Fratello,
uno sullo scherzo fatto da Fiorello a Radio DJ,
uno sullo Scherzo a Parte subito dalla Ricciarelli (colpita nel suo più caro affetto: la sua cagnetta),
uno su un nonno novantenne intenzionato a fare l'astronauta,
e uno sulle ultime follie del principino inglese a una festa.

C'è da chiedersi, prima di tutto, se abbia guardato veramente un telegiornale d'informazione, ma questo, ahimè, pare sia certo, dato che lo chiamano tale, quindi pieghiamoci alla sedicenza e più non dimandiamo.

Passiamo quindi a baciarci entrambe le articolazioni omeroradiali se siamo riusciti a evitare il corpus centrale del "telegiornale": un concentrato di servizi strappalacrime precariamente in bilico tra l'intolleranza e il disfattismo, un distillato di purissima ipocrisia sotto il quale ramifica una fitta rete fognaria di escrementi cerebrali & ignoranza che solo una visione infernale di Bosch potrebbe degnamente rappresentare *e qui, sdegnatamente, prendo fiato*

Mi consolo facendo largo ad una poesia trovata tramite il mio imbronciatissimo tesssoro, che tanto non mi sopporta, ma che mi segnala sempre delle buone cose.

Magia nera (di Anne Sexton)

Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e
pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza.

2月7日

Dietro il tuo ginocchio


Pensami rannicchiata dietro il tuo ginocchio
quando è piegato
e tu stai seduto al tavolo a studiare
  Lì dove la carne è timida
intrisa del tuo sudore
io che soffoco 
in una piega della tua pelle

Pensami nella cartilagine del tuo gomito
quando raccogli l'avambraccio sfogliando le pagine
  assopita sull'ingranaggio del tuo gesto
rilassata nell'ascolto di tutti i crepitii
che il marchingegno fisico produce

Pensami quando ti rigiri nella sedia,
quando sbagli a scrivere,
quando salti una riga per errore,
quando vuoi concentrarti ma non è giornata
perchè quel nervosismo,
quel lapsus calami,
quella svista e la tua svogliatezza
potrei forse
vorrei tanto
essere io
      


Illustrazione di Audrey Kawasaky
2月2日

A sproposito di Seneca


Ieri sera mi sono addormentata alle 23, come non mi succedeva da quella volta in cui per sbaglio ingoiai due pastiglie di Sedatol credendo che fosse vitamina C.

Mi sono quindi svegliata all'1 di notte credendo che fossero le 8 della mattina:
ho svegliato l'enorme lemure che dorme abitualmente al mio fianco squittendo "Ma come?! E' solo l'1?",
ho calzato rumorosamente le mie ciabattine rosse,
mi sono armata di pistacchi tostati non salati e mi sono riletta tutta biografia di Seneca.

Tanto per dirne una -e qui faccio scivolare gli occhiali fino alla punta del naso-,  il nostro Lucio Anneo era spagnolo, secondo di tre fratelli, di cui il minore si chiamava Anneo Mela, e questo è quasi impossibile dimenticarlo:
per l'ilarità dei posteri avrebbero potuto chiamarlo direttamente Bruto Mela, così il collegamento per i neurolabili obnubilati con disturbi di insonnia come la sottoscritta sarebbe stato ancora più immediato:



Per favore, non compatitemi più del necessario: certe associazioni fanno capolino spontaneamente nella mente di chi dorme a intermittenza, e se non volete essere ricattati con le vostre migliori uscite, appuntate diligentemente in gran segreto quella sera in cui eravate voi ad essere su di giri, contenete i motteggi.

Tornando a Seneca: mi sono spulciata tutte le teorie sulla datazione esatta delle sue opere, le sue vicissitudini di corte e non, e pure una manciata di aforismi.

Niente di meglio, per ritrovare la pace interiore, che leggere brani scritti 2000 anni orsono da un grande personaggio, e vedere che le problematiche umane sono rimaste immutate.

Tra i vari frammenti che ho apprezzato questa notte, vi riporto questo:

"E' un pendio che solo il suo passo sa affrontare;
rimarrà ben piantata sui propri piedi e sopporterà quanto accadrà, non soltanto rassegnata, ma anche capace di accettare, conscia che le difficoltà del momento sono leggi di natura, e sopporterà le ferite da buon soldato:
conterà le proprie cicatrici e, trafitta dai dardi, resterà, anche morente, fedele al condottiero per il quale cade."

Questa Lei di cui Seneca parla è la Virtù.

Quando leggo questo passo, il mio ego ipertrofico mi fa immaginare me stessa in versione Giovanna d'Arco, ma l'importante è che Seneca non lo venga mai a sapere e riposi in pace, ignaro dell'ignoranza e dell'egocentrismo dei suoi lettori contemporanei.

A presto, dentro questo azzurro spazietto, con altri catartici aggiornamenti sul mio universo di spropositi.