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6月30日

Lui doveva.


Doveva.
Perchè lui era l'eroe, e l'eroe deve farcela per contratto.

Non era eccezionale. Non era un eroe perchè possedesse caratteristiche ed abilità fuori del comune che lo rendessero capace di compiere gesta straordinarie.
Era eroe solamente in virtù di quell'unico, sacro e fondamentale obiettivo che doveva portare a compimento.

Dopotutto si è sempre eroi proprio malgrado. Gli eroi non hanno scelta. Salvano il mondo per buonsenso.
E allo stesso modo lui doveva: per buonsenso, per missione, per contratto.

Non sapeva che cosa lo attendesse, non sapeva a quali temibili prove sarebbe stato sottoposto.

Per un attimo, ma un attimo solo, esitò.
In quell'attimo pensò che in fondo potesse anche essersi sbagliato.
Che magari non fosse un eroe, ma semplicemente una persona.
Magari una persona con un altissimo senso del dovere e della giustizia, sì, ma comunque una persona, e non un eroe.

Che in fondo mica ti investono ufficialmente della carica di 'eroe'.
O ti senti eroe, e ti comporti di conseguenza, oppure non te lo senti. E in quell'attimo lui non se lo sentiva mica poi tanto.

Si grattò una gamba.
Ripensò a quella volta in cui, da bambino, aveva parlato con Dio - o forse tra sè e sè, come fanno i bambini -  e questi  - o forse lui stesso - gli aveva detto che poteva sceglierselo, il suo destino.

Era stato quel giorno in cui aveva scelto di essere un eroe.
Perchè gli eroi sono fichi, e le persone, invece, sono persone e basta. E allora Dio  - o il suo alter ego di bambino -  gli aveva detto che gli eroi soffrono tanto, e spesso muoiono giovani. E quando lui aveva chiesto a Dio perchè mai dovessero morire giovani, la voce aveva risposto che devono morire giovani perchè il mondo li ricordi giovani. E lui, che era ancora tanto piccolo, pensò che 'giovane' fosse un momento giusto per morire, in fondo.
Per morire da eroe, insomma, ne valeva proprio la pena.

Sentì – un poco rassicurato, a dirla tutta - di non avere scelta: era senza dubbio un eroe, e doveva solo appellarsi al suo buonsenso eroico e fare la cosa giusta. Perchè quello era il suo destino, il destino che si era scelto.

In quel momento, infatti, gli parve di risentire Dio, o una voce di bambino, che gli diceva che non sarebbe potuto più tornare indietro.
Che quello era il momento, e che così si sarebbe compiuto il destino di un eroe, di chi è disposto a pagare un prezzo altissimo pur di raggiungere quell'unico, sacro e fondamentale obiettivo.

Eroi 'senza macchia' ce ne sono stati, forse. Ma 'senza paura', mai. E così anche lui ebbe paura.

Ebbe talmente paura che pregò quella voce di non farlo eroe, di dargli una vita normale, di renderlo una persona come le altre.
Urlò che non voleva avere di più, anche se gli era stato concesso.
Pianse, perchè fino ad un momento prima aveva creduto nella sua natura di eroe, e ora la stava rinnegando per risparmiarsi la vita.

Pensò alle sofferenze e alla morte promesse da Dio.
Ammutolì, atterrito, e fece per andarsene via, nel vergognoso silenzio, per scivolare e nascondersi nel mondo, strisciando ai piedi delle persone normali, di quelle persone che avevano avuto l'umiltà, fin da subito, di essere persone e basta. Almeno loro erano state delle persone di successo, e non dei mancati eroi.

La minaccia di Dio incombeva, e il giudizio divino era qualcosa di cui aver paura davvero.

E fu allora, solo allora, mentre si arrendeva e imparava a strisciare nella consapevolezza di essere soltanto un uomo, che sentì che le persone di tutto il mondo, quelle che non sono fiche ma sono solo persone e basta, non l'avrebbero mai perdonato. E il loro giudizio pesò su di lui ancora di più di quello di Dio, tant'è che, avvalendosi solamente del suo obnubilato istinto, raggiunse quell'unico, sacro e fondamentale obiettivo, e divenne un eroe.

Proprio così.

C'è chi dice che soffrì tantissimo nel compiere quel suo unico gesto eroico.
Tutti dicono che morì giovane, anche perchè tutte le persone per niente fiche di questo mondo lo ricordano così: giovane.

In pochi, comunque, lo hanno visto proprio in quell'attimo, quando andò incontro al proprio destino, con gli occhi spiritati e pieni di lacrime di chi vuole e teme sopra ogni cosa.

I pochi che lo hanno visto proprio in quell'attimo, però, hanno trovato la forza di compiere a loro volta il proprio destino, qualunque esso fosse. Perchè è così che si compie il destino di un eroe: con un atto di sconsiderata, contagiosa consapevolezza che si ha solo il buonsenso di compiere e di dedicare ad un mondo fatto di persone troppo simili a noi: per niente fiche, per niente 'senza paura'.


6月14日

Una piccola Napoli


Voglio una piccola Napoli, Sebastiano, una piccola Napoli tutta per noi. Con i suoi vicoli unti, le finestre dalle serrande sciancate, i panni stesi a ghirlanda tra un edificio e l'altro.
Voglio il mercato, quel fastidioso imbonitore che strilla sempre, gravido di tutti gli odori di questo mondo, che partorisce pesci e formaggi e forme di pane, e lo fa proprio lì, davanti a te, sui sanpietrini, davanti a tutta quella gente. Che il mercato non si vergogna di far vedere la fica agli altri quando dà alla luce i propri figli.

Immagina il sole, Sebastiano.

E ancora la gente, che cammina e che parla.
Bello starsene lì, in quel bordello di vita, tra pini marittimi, sensazioni e persone, con la mia mano dentro la tua.
Voglio dei baci rubati dietro una piantina da turista, una di quelle che una volta aperte non sei più in grado di ripiegare come prima. E quando si fa sera, magari ci sediamo vicini sopra un muretto e guardiamo la città dall'alto, se ti va. Quattro piedi a penzoloni sulla piazza. Ce ne stiamo fermi in silenzio, io e te, mano nella mano, e lasciamo che la città parli al posto nostro: lasciamo che sia lei stessa a parlare per noi, di noi, sul finire della sua rappresentazione quotidiana.
In quel momento saremo parte di lei, e forse saremo pure due piccole sagome nella foto di altri turisti, scenografia nel ricordo di qualcun altro.

E' buffo pensarsi come un particolare felice e non considerato nella storia di qualcuno che non conosceremo mai. E quella sera voglio esserlo, insieme a te: voglio essere una felicità messa in secondo piano, una miniatura discreta e bellissima a fondo pagina.
Voglio che il mondo ci ricordi così, in controluce, seduti vicini su quel muretto, mentre io ti sussurro una porcheria all'orecchio, e tu, scandalizzato per finta, minacci di vendermi al mercato il giorno seguente.


6月12日

Questa cosa



Questa cosa, che mi accende e mi spegne, dorme in un canneto.
Se ne sta distesa nel verde, il capo accanto a una pozzanghera, la lingua un poco di fuori, il corpo in posizione scomposta ed esausta.
Si è lasciata cadere come fanno i leoni nella savana, quando si buttano a terra all'improvviso, ed è ancora ferma lì, nell'inconsapevole ascolto dei crepitii dati dal caldo sul pomeriggio: la marcia delle formiche, il frenetico lavorio degli insetti, l'agile zampettio di un uccello, l'aria che filtra, si insinua e sfarfaglia tra le foglie.
Questa cosa, che mi ama e mi odia, ascolta. A occhi socchiusi, nel sonno, ascolta.
Nel canneto, l'umidità sale come pioggia al contrario: sorge dalla terra bagnata e sale su, si condensa sotto alle foglie. Poi scende di nuovo, dal cielo, dalle fronde, e ritorna alla terra, gocciolando.
Nel canneto, tutto sale e scende, parte e ritorna.
Questa cosa, che mi picchia e a volte mi accarezza, cerca tranquillità, e pertanto si finge morta.
Scandisce con un impercettibile movimento dell'indice il ripetuto ticchettare delle gocce sul tappeto di fogliame secco -quasi a ricordare a sè stessa che è ancora viva, in realtà- e sogna, sogna il tronco rugoso del vecchio salice. Immagina come sarebbe entrarci dentro, e scendere per una stretta scala a chiocciola, in una discesa illuminata da candelabri e lampade a olio, sempre più giù, nel regno degli gnomi e delle fate.
Questa cosa, che mi prende e mi lascia libera, sogna sè stessa come un grande sasso sospeso. Come un macigno, fluttuante nell'aria e nello spazio. Come un colossale uccello di pietra, una cittadella volante, una montagna leggera che vigila in silenzio sulla vallata e sul canneto.
Questa cosa, io credo di amarla. E credo di odiarla pure, perchè non si può non amarla e non odiarla, questa cosa, che mi ama e mi odia a sua volta, che ama e che odia tutte le cose, insieme, di questo mondo. Perchè questa cosa è fatta così, è strana, in fondo. Altrimenti non sarebbe una cosa, ma qualcosa di definito, qualcosa che abbia un nome.
Invece se ne sta lì, nel canneto, a riposare, a odiare e ad amare stando distesa.
Questa è una cosa, questa cosa, che io credo bellissima.



6月10日

Io non vorrei crepare:


Forse fa male, eppure mi va.

Io non vorrei crepare

prima di aver visto i cani neri del Messico
che senza sognare dormono a ciel sereno;
senza aver conosciuto, ai tropici, le voraci
scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo), o anche i ragni d'argento nei nidi pieni di bolle.
Non vorrei crepare senza sapere se la luna, sotto la sua falsa faccia della medaglia, nasconda una seconda faccia a punta.
Se - dopo gran riflessioni - il sole e' freddo, se le famose quattro stagioni
son proprio quattro e non tre.
Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
Senza aver ficcato i miei *coglioni*
in ogni posto vietato.
Io non vorrei finire senza sapere la lebbra (beh, si fa per dire) o almeno la febbre dei sette mali che
piu' o meno certamente si acchiappano laggiu':
resterei indifferente al bene e al male, purche' di tutta questa vasta delizia l'assoluta primizia
fosse riservata a me.
E poi non basta, c'e' tutto cio' che conosco, che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco del mare, dove le alghe sottili gareggiano nel
disegnare onde di walzer sugli arenili.
E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
di odori,
e le conifere, e un semplice pugno d'erba...
... e i baci di quella ! Si, insomma, QUELLA, signori.
Ursula. Ursulotta. La piu' bella orsacchiotta fra tutte le orse maggiori.
Quella per la quale proprio non vorrei crepare
senza averla avuta tutta.
Goderla la bocca nella bocca,
i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e... Basta! Questi son fatti miei. Taccio.
...
Morire ? Non posso!, come faccio!? ( come si fa!? )
Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate le cose che contano?: le rose eterne, le giornate di un'ora, i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose. La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi ancora dormienti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.
Dio, quante cose da fare, da intendere e volere, da contare e aspettare, mentre la fine gia' avanza in notti sempre piu' nere.
Striscia, con la schifosa sembianza di un rospo, e mi apre le braccia di rana sciancata.
No, proprio no,io non vorrei crepare, nossignori, nossignore, non senza aver fatto conoscenza
del sapore tormentoso di cui sono geloso e goloso.
Il sapore piu' delicato che si possa sentire.
Il piu' forte.
Io non vorrei crepare s
enza aver gustato il gusto della morte.

Boris Vian

_dottore, che sintomi ha la felicità?_
6月1日

Io, ermellino



Riassunto delle puntate precedenti:


- Arianna subisce una perdita.
- Arianna inizia a lavorare all'ufficio stampa: come da copione onirico, scrive bozze di articoli, comunicati stampa e progetti, telefona alle redazioni dei quotidiani, nazionali e locali, e si mette in contatto con i giornalisti spacciandosi per "collega".
Per una serie di fortunosi eventi, riesce pure a presenziare a una conferenza stampa in qualità di rappresentante dell'agenzia, il che la gasa molto. E' il lavoro che ha sempre sognato, e poco importa se non è retribuito: lei si sente molto felice e realizzata.
- Arianna giudica, ma non lo dice: voler bene a certa disgraziata gente è quanto di peggio le possa capitare, ma si rassegna ad essere troppo affezionata a delle grandissime teste di cazzo.
- Arianna formula ufficialmente il proposito di cambiare i parametri di scelta riguardo le proprie future frequentazioni.
- Arianna ora sorride pensando a quante persone dalla coda di paglia si ritroveranno, magari a torto, nelle righe soprastanti.
- Ad Arianna capita la coincidenza più buffa e imbarazzante della sua vita.
Il primo atto della vicenda si conclude con un gesto eclatante: la bevuta di mezzo bicchiere di birra sorbito a piccoli sorsi interrotti dalla sua arsissima bocca astemia.
Accordi privati la costringono alla segretezza più assoluta riguardo la faccenda, ma in un futuro Arianna potrebbe scriverci un pezzo molto spassoso.
- Arianna crede nella spontanea incertezza che massacra le contraddizioni, e quindi spera che zigzagando, prima o poi, qualche dio minore abbia pietà di lei e la aiuti a trovare la strada giusta.
- Arianna ora si gratta una spalla, sente odore di carne alla piastra e si sente tanto un ermellino.